martedì 3 marzo 2015

Il Paese dei Poveri di Ivano Mingotti



Trama



''Il paese dei poveri'' è un romanzo di critica sociale, imperniato sul concetto di produttività, nonché una disamina, in un contesto distopico, del concetto dei lager e dei prigionieri. 

In un mondo in cui l'economia e la produttività sono tutto ciò che conta, la popolazione è costretta a non essere povera: essere in miseria è un delitto, è rallentare la società, e dunque, per evitarlo, la società, sotto lo schermo dell'indifferenza dei suoi cittadini, interna in grandi istituti, chiamati ''paesi dei poveri'', coloro che vengono ritrovati in strada, nullatenenti e nullafacenti. 
In questo lager per barboni si ritroverà il protagonista, costretto a viverne le regole, affini a quelle dei famosi lager di Birkenau e Auschwitz, e a essere così alienato dalla sua stessa condizione di umano, fino alle conseguenze più terribili che possano essere pensate. 
In una disamina non solo della condizione di internato, ma anche della società che circonda questi luoghi di detenzione, e con un occhio critico, attraverso la similitudine con il nostro mondo, sempre più dedito all'economia e al guadagno come primo bastione, ci ritroveremo davanti a scenari difficili da sopportare, ritrovandoci, in parte, corresponsabili del dolore dei prigionieri. 

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Ho letto buona parte della produzione di Ivano Mingotti, e devo dire che già dalla pubblicazione di  "Sotto un sole nero" lo definii uno scrittore coraggioso. Tratta tematiche di un certo spessore e lo fa utilizzando una tecnica sperimentale, sincopata, infarcita da figure retoriche. Ho sempre detto che le sue storie sono difficili da leggere, ma che se si ha l'ardire di andare fino in fondo non si rimane delusi, anzi si resta spiazzati, perché tutti quegli interrogativi esistenziali che ci hanno perseguitato (e ci perseguitano) ci vengono spiattellati in faccia senza mezzi termini. 




"Il Paese dei Poveri" è un romanzo strutturato in maniera diversa dai precedenti. Ivano Mingotti dà spazio alla prosa attraverso frasi più articolate, rinunciando alla scrittura telegrafica. Quando si intraprende il viaggio, l'atmosfera e anche le azioni, ci spingono a credere di essere finiti in un lager nazista, successivamente si scoprirà che il protagonista è stato "arruolato" in una sorta di ospizio dove vengono "ospitati" (è una parola grossa!) gli anziani, i barboni, tutte quelle persone che pesano sull'economia mondiale e che non producono più, per un motivo o per un altro. Il lettore comprende il disagio del protagonista sin dalla prima pagina, da quando "il rito" della "pulitura" (barba, shampoo e capelli) diventa una vera violenza. La prima vera sensazione è il disagio, un disagio che dilaga e pone il lettore di fronte a una realtà che non ha nulla di normale, in cui persino i gesti che sembrano nati per "aiutare" diventano vere e proprie imposizioni atte a privare l'individuo della propria libertà

Ci sono quindici regole a cui non si può sfuggire e anche nella monotonia di una vita assurda e insensata, vissuta nella totale apatia esiste un sentimento: la paura. Paura di sgarrare, di fare qualcosa che non possa piacere a chi sta in alto e finire, preso a calci fino a morirne. 

L'autore è stato molto bravo a descrivere le varie paure che imperniano l'animo del protagonista, Achille e di riflesso tocca tutti gli altri poveri. 
Vivere, pensare, esserci, avere una coscienza, osare, avere un'opinione, sono contro il regolamento. 

"Entrambi, ora, si guardano.
Achille, terrorizzato, subisce il guardare del vecchio, e il vecchio spinge avanti questo suo guardare (...) E' un attimo pericoloso questo, e lo sanno entrambi. "

Guardarsi e intendersi è pericoloso. Da quello sguardo potrebbe saltar fuori un senso di solidarietà e appartenenza, che "Il Paese dei Poveri" non consente. Il gelo nasce dall'angoscia di Achille, che terrorizzato si muove a scatti, come ingessato convinto di poter essere punito, anche se non si rende bene conto del perché... 
L'ossessività che impernia il posto è una sola:

"Essere produttivi è vivere e far vivere tutti noi, e questo deve entrarvi bene nella zucca."


Finire rinchiusi  non è diverso dall'essere incarcerati:

"(...) chi finisce in povertà, chi finisce in strada, finirà nella Comunità dei Poveri." 

"E il suicida, e i lavori forzati, e la mensa silenziosa e brutale, e i furti, gli scambi proibiti, ci suggeriscono  ora che questo non è un bel posto in cui finire, non è un posto di carità." 

una volta fuori e riconquistata la libertà nulla cambia, resta qualcosa insito nell'animo umano che ormai è stato traviato e nessuno può più ricomporre. 

Ancora una volta, Mingotti, spiazza con un finale che lascia senza fiato e con mille interrogativi. E' solo un distopico? E' solo una storia ben raccontata o tra la polvere, tra i tintinni di posate e chiavi, tra i rumori di tacchi, c'è del vero? 
Quel mostro dal volto umano che scava dentro lasciando una traccia , ci perseguiterà per sempre?



Autore

Ivano Mingotti è nato l'8 gennaio 1988, a Desio e risiede a Macherio (MB). 
Lavora per la grande distribuzione, è laureato in Scienze umanistiche della Comunicazione e diplomato in Lingue straniere. 
Presidente dell'associazione culturale LiberoLibro Macherio, nota nell'ambito brianzolo per l'omonimo concorso letterario e gli eventi culturali promossi, quali presentazioni di libri e raccolte di poesie. Autore precoce e già riconosciuto, la sua bibliografia è composta da sei pubblicazioni: Storia di un boia (Kimerik, 2009), Solo gli occhi (Kimerik, 2010), Stati uniti d'aspirina (Zona, 2011), Sotto un sole nero (DeD'A, 2012), Nebbia (DeD'A, 2013), Il cenotafio di Simon Petit (Leucotea, 2014).

1 commento:

  1. privare l'individuo della propria libertà per controllare o dominare o sopprimere o schiavizzare o limitare la sopravvivenza hahaha Om Namaste'

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