mercoledì 5 novembre 2014

In cerca d'amore

malagiustizia
Stefano Cucchi con la famiglia
La vita è effimera. Lottiamo tantissimo per venire alla luce, poi per morire basta così poco. Un incidente, un gesto estremo, una cavolata, una distrazione. Morire dovrebbe avere la stessa grandiosità della vita, quell'epica battaglia che ci ha visti  eroi, invincibili nell'istante stesso in cui la nostra fragilità, invece di farci arrendere, ci ha costretti a dare il meglio di noi.
Morire dignitosamente è un lusso concesso a pochi. Sì, succede, sempre più spesso, in questa nostra società, che si muoia per inerzia di qualcuno, per sbadataggine (ho dimenticato l'ascia da guerra nel ventre del mio paziente!), perché per qualcuno siamo un numero oppure esseri inferiori, come gli scarafaggi (rispetto assoluto per essi!).
Stefano Cucchi è stato trattato come uno scarafaggio spinto nell'angolo di un muro. 
Il pregiudizio nei suoi confronti è diventato giudizio e condanna in uno schiocco di dita, una manata sul viso, un calcio alla vescica.
37 kg.
3 anni in una comunità per tossicodipendenti. 
7 giorni per morire a causa di traumi da percosse.  
Un ragazzo che aveva deciso di darsi un'altra opportunità, e che prima di essere fermato dalle forze dell'ordine aveva detto alla madre "Adesso puoi dormire tranquilla".

casi giudiziari
La mamma di Stefano Cucchi non dormirà più, perché esistono dei delinquenti che si travestono da poliziotti, da carabinieri, guardie carcerarie, giudici, maestri, professori, sacerdoti, medici... tutte persone che dovrebbero difenderci, educarci, curaci, e invece diventano carnefici del nostro esistere, contro cui è difficile combattere perché si mimetizzano, spacciandosi per brave persone.

Sono state dette tante parole, contro Stefano, contro la sua famiglia.
Hanno detto che se l'è meritata, questa fine.
Che se avesse avuto una vera famiglia alle spalle, tutto questo non sarebbe accaduto.
Che, quando si conduce una vita così sregolata, bisogna mettere in conto una fine violenta.

A pronunciare queste parole persone che si reputano invincibili, assuefatti dalla convinzione che la loro posizione sul piedistallo della gloria non li farà vacillare e cadere.

Siamo, tutti, genitori sommersi dai dubbi.
Siamo figli imperfetti.
Stefano non era diverso da noi, aveva nel cuore un disagio che andava sanato. Di certo non con le botte, non con la violenza, non con una morte agonizzante, completamente solo. In cerca d'amore. Per mano di chi avrebbe dovuto proteggerlo e indicargli la strada verso la ripresa.

Ho inserito la foto di Stefano con la sua famiglia, in alto, perché è il simbolo di una felicità che non potrà più essere ricostituita. In quel preciso istante il fotografo ha colto e immortalato, un momento che non potrà più essere. Questo strazia il mio cuore, perché chi ama, chi ha qualcuno a cui rivolgere il suo affetto, sa che l'assenza rende l'amore un viaggio di sofferenza assoluta. 

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