martedì 3 gennaio 2012

strello poeta. Due storie di Randall Jarrell



La vita di Randall Jarrell  fu attraversata dal dolore della separazione dei genitori che segnò radicalmente la sua vita. Egli dedicò i suoi studi alla  poesia ricevendo grandi riconoscimenti sociali. Gli ultimi due anni della sua vita li visse piegato  a una forte depressione che lo condusse alla morte. Ancora oggi non si sa se lo schianto, su un’autostrada americana nel 1965, fu voluto o meno.
Durante questo lungo periodo di tristezza e angoscia, Randall si dedicò alla fiaba cercando di amalgamare gli antichi miti a tecniche stilistiche più moderne. La fiaba di Randall non risponde perfettamente allo schema di Propp ma delinea più che altro un percorso di crescita e di scoperta lasciando al lettore la libera interpretazione del finale.
“Il pipistrello poeta” è un piccolo pipistrello che si stacca dal suo gruppo perché incantato dal giorno, dalla luce del sole e dalle parole melodiose pronunciate dal tordo beffeggiatore. Lui prova ad imitarlo  così scopre che volendo potrà diventare poeta. Trova degli amici disposti ad ascoltare i suoi componimenti ma i suoi simili lo allontanano e lo sbeffeggiano per  lo stile di vita che conduce.
Alla fine il pipistrello per riconquistare gli amici perduti compone una poesia che non riuscirà mai a decantare perché il sonno letargico lo avvolge prima che lui riesca ad attirare l’attenzione altrui. Si accoccola a un altro pipistrello addormentato e ripete mentalmente la sua poesia con la speranza di non dimenticarla.
La seconda fiaba parla della “famiglia degli animali”. Storia di un cacciatore che vive ai bordi di una foresta che si affacciava sull’oceano. Il cacciatore, orfano da molti anni, vive solo in una casa alquanto eccentrica che si è costruito da solo.La vicinanza all’oceano gli consente di fare una conoscenza particolare: una sirena che ammaliata dalla vita del cacciatore decide di abbandonare i fondali marini per andare a vivere con lui. Lei impara presto la lingua dell’uomo, ad essere una brava donna di casa e un’ottima moglie anche se a quell’idillio incantato manca qualcosa: un bambino. Il primo a rompere la staticità della coppia è un cucciolo d’orso condotto a casa dal cacciatore dopo aver ucciso mamma-orsa. Il secondo è un cucciolo di lince molto più affabile e tenero dell’orso. La new entry colma il vuoto che l’orso lascia ogni volta che va in letargo. Proprio quando la famiglia sembra in perfetta armonia e al completo una scialuppa di salvataggio, a causa di un naufragio, approda sull’isola e all’interno una donna morta stringe al seno un bambino. La lince e l’orso portano il bambino a casa. Questo piccolo cucciolo d’uomo diventerà la traccia in cui i due protagonisti lasceranno cadere il seme del futuro. L’uomo insegnerà al piccolo quello che suo padre gli insegnò a suo tempo  e la sirena lo porta spesso con sé nei fondali marini dove il bambino un giorno desidererebbe vivere. La famiglia, assortita in modo misto, vive rispettando la diversità altrui senza pretendere che l’uno cambi per l’altro. La sirena continuerà eternamente a strisciare sulla sabbia perché priva di gambe, l’orso continuerà a dare la caccia alle api per avere il suo miele, la lince continuerà a rovinare tovaglie e fazzolettini e l’uomo invecchierà, come è accaduto ai suoi genitori, con il cuore gonfio d’orgoglio per essere riuscito a crearsi una famiglia.
Le due fiabe sono semplici, spesso ripetitive con forti richiami ai grandi autori della fiaba del passato come i fratelli Grimm, James Matthew Barrie e Andersen.
Si denota anche una forte impronta autobiografica e un richiamo alla psicologia, a un’accurata ricerca introspettiva quasi a voler scavare nel proprio “Io” alla scoperta di una famiglia fittizia, fantasiosa, utopica.
Scritto da caterinaarmenta alle ore 15:33 del giorno: martedì, 01 settembre 2009

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