martedì 3 gennaio 2012

La parrucchiera di Kabul: recensione.



Si sente l'odore del kebab, il fruscio dei veli di seta multicolore tra le pagine della " Parrucchiera di Kabul".
La gola si secca a causa della polvere delle strade e il cuore prende un balzo alla vista di uomini che allungano le mani verso donne indifese e imbacuccate, nei vicoli dei mercatini.
Si denota la forza delle donne, la voglia di cambiare, il desiderio di modificare le cose, la paura di rimanere eternamente schiave.
Diventa quasi un progetto, il libro, una metodologia di culture differenti che cozzano e si fondono, che cercano punti di raccordo, che provano a integrarsi nonostante l'una, quella occidentale, o l'altra, quella orientale, considera assurda l'uno o l'altro modo di vivere.
La cultura è il caposaldo. Diventa il bastion centrale che la scrittrice prova a-sorbire, assorbire, cambiare in talune situazioni.
Il libro, nonostante la prepotenza visiva di alcuni luoghi, è scritto come la lista della spesa. Non è altro che l'elenco delle vicissitudini di una donna: Deborah Rodriguez, che tenta in tutti i modi di salvare se stessa dalla vita banale e distrutta che consuma in America, trasferendosi in un paese che di distrutto non ha solo le strade e i palazzi ma anche i cuori, le famiglie e le opportunità.
Tra le macerie lei riesce a ricostruire il suo equilibrio insegnando alle donne di Kabul il mestiere di parrucchiera che le aiuterà a diventare indipendenti economicamente.
Il romanzo è scritto in modo elementare, ci sono periodi in cui la banalità rasenta la pigrizia.
Per di più mi sembra unìaltare alla santità di una donna, l'autrice, che di salvifico ha poco o nulla.

LA PARRUCCHIERA DI KABUL
DEBORAH RODRIGUEZ
PIEMME 314 PAG.
Scritto da caterinaarmenta alle ore 16:11 del giorno: sabato, 12 settembre 2009

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