martedì 3 gennaio 2012

Il fantasma





E’ il folle del paese. Il pazzo, colui che tutti evitano e di cui tutti ridono. Se ne va gironzolando per le strade, accompagnato da un povero cane bastardo con  la bava alla bocca. Canta l’ardito Cesare e narra storie che la memoria del paese ha smarrito. Quando si sente più ispirato e la salute glielo consente  si denuda dei suoi miseri cenci e fa  il bagno nella fontana al centro della piazza. Canta  il folle Cesare e nel suo canto ci sono tutti i miti e le leggende che hanno percorso quelle strade, che hanno  reso diverso il suo popolo. Canta e danza anche sotto la pioggia perché lui non teme intemperie e guerre. Lui non teme  i fantasmi che gli si affollano intorno e gli chiedono di essere esumati.  Per azzittirli fa  una cosa, la più saggia: si siede ai piedi della Cattedrale e  narra la storia del suo paese.


"Il mio paese è abbarbicato lungo i fianchi di una collina. Non ha mura, non  ha fossato, non ha nulla con cui difendersi, solo i resti di un castello che vigilano in cima all’altura e ricordano di guerre perdute e di battaglie combattute che sono servite a renderci uomini più liberi. Le strade sono ancora acciottolate e se tendi l’orecchio senti ancora i passi di Penelope che fugge, ridendo, dalle braccia di Ulisse. Lui la rincorre mentre lei si guarda in dietro nella speranza di essere più veloce. L'uomo l’afferra, mentre il vestitino di lino di lei volteggia sulle sue gambe diafane, scoprendole. Ulisse la bacia, prima di partire, sapendo che non tornerà più.
Nel mio paese Beatrice si è stancata dell’amore platonico e sublime di Dante e mentre lui percorre tutti i gironi dell’inferno lei decide di sposare un altro.
Quante strade ha il mio paese. Circuiti infiniti, stretti e dissestati, strade al buio che si inerpicano lungo la collina, verso i ruderi del castello dove l’erba cresce alta e una croce di ferro reclama i corpi dei vinti di cui non si sconoscono più i nomi.
Nei giorni di primavera la gente passeggia beandosi del profumo di salsedine che arriva dal mare e rende l’aria frizzantina che motiva i bambini a una partita a pallone. Sono già consapevoli che una volta cresciuti dovranno partire per crearsi un futuro altrove, dove il lavoro non è solo fatica ma anche soddisfazione.  
Una mela addentata non condurrà fuori dal giardino, nel mio paese la frutta può essere colta direttamente dall’albero  e morsa senza timori, i serpenti strisciano in altri luoghi dove gli alberi  sono più alti e i rami sono d’oro.
La vita non è facile tra queste mura di ignoranza, tra superbia e cattiveria. La vita non è vita quando tutti sanno di tutti e la gente con le parole crea corone di spine distruggendo ponti e autostrade. Ma non è tutto perduto: le Melusine si sono liberate della coda e Scilla ha spezzato l’incanto, il mio paese si avvia verso la ricostruzione."






Cesare volteggia.  Le mani in aria creando disegni indecifrabili.  La saliva fa capolino  lungo le labbra e la frenesia gli blocca il fiato. Ha  bisogno di tossire il povero, inetto Cesare prima di tornare a raccontare.



"Venite! Venite nel mio paese! Qui si mangia lenticchia e la menta cresce lungo la strada. Qui Scrooge odia ancora il Natale  e la gente si dice buon giorno al mattino.
C’è un paese nel mio paese: uno diverso dall’altro. Un paese colmo di paura. Terrorizzato dall’idea di perdersi e un altro votato alla crescita. Questi paesi si amalgamano e si confondono e lungo le strade di lusso dormono barboni, lungo il fiume si parcheggiano gli innamorati, lungo  la piazza si organizza il mercato ogni settimana.
Se non avete dove vivere, il mio paese, ha una casa in rovina pronta ad essere ristrutturata."



Cesare canta e balla  perché è questo che gli riesce meglio.  Si denuda ogni volta di pregiudizi e incertezze e volteggia  nell’aria come solo i fantasmi di paese sanno fare.



Scritto da caterinaarmenta alle ore 10:39 del giorno: venerdì, 23 gennaio 2009

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