martedì 3 gennaio 2012

Emanuele Pettener : E' sabato mi hai lasciato e sono bellissimo.



Vi propongo l'intervista in versione integrale che ho fatto a Emanuele Pettener  e che è stata pubblicata sul sito www.good-morning.it in versione ridotta per motivi tecnici. Anche se l'intervista è molto lunga non spaventatevi, leggetela tutta perchè troverete ironia, arguzia e cultura.
 
n583658593_4472







“È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” è l’opera prima di Emanuele Pettener, nuovo volto della narrativa italiana. Edita da Corbo Editore, in breve tempo ha avuto una nuova ristampa. Autore di vari racconti, pubblicati sia in Italia che in America, Emanuele Pettener è  docente di italiano alla Florida Atlantic University  e si divide tra quest’ultima e Mestre, la sua città natale. È abilissimo  nel plasmare le parole e a piegarle a una realtà che ha i contorni del classico e degli antichi maestri della lingua.Autore anche di un volume su John Fante ("Nel nome del padre, del figlio, e dell'umorismo", Franco Cesati Editore), Emanuele, dalla mente poliedrica, parla al mondo attraverso un romanzo di formazione in cui ogni generazione può riconoscersi. Intervistandolo ho tentato di svelare i pensieri, le idee e i progetti del creatore dell’opera,  per scoprire da dove è scaturita  tanta passione per la scrittura. 
 
CaterinaA.: Raccontaci prima di tutto qual è stata la scintilla che ha dato vita a “È sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” e perché un titolo così impegnativo. Decisione personale o pura invenzione editoriale per attrarre i lettori?
Emanuele Pettener:Una notte blu dell’autunno 1999: guidavo dolcemente, da solo, tornavo da una serata con gli amici di liceo. Avevo appena saputo che mi sarei trasferito in America ed ero pervaso da una sensazione inedita, malinconia ed ebbrezza al contempo, e quasi ad esternarla diedi un colpetto decisamente teatrale al volante, esclamando: “Avevo vent’anni!”. È  la prima frase del romanzo.
Il titolo deve attrarre i lettori. E ancor prima gli editori. È  nato spontaneo come una bolla di sapone, ma dubito sempre della mia spontaneità - sicché  sospetto che Sabato abbia a che fare con l’argomento principe del romanzo, la giovinezza (Il sabato del villaggio, La febbre del sabato sera) Mi hai lasciato col fatto che è una storia di addii (addio al primo amore, addio all’amicizia, addio alla giovinezza stessa) mentre Bellissimo è un aggettivo bellissimo, che riempie i polmoni e infonde ottimismo, coraggio e leggerezza.
Ovviamente la parte fondamentale del titolo è  la congiunzione e, che oltre a provocare un brivido imprevisto di allegria, in quanto la logica vorrebbe un ma, sembra sottintendere  che la vittoria (e sono bellissimo) sia sullo stesso piano e non antitetica alla sconfitta (mi hai lasciato) e che ogni morte abbia in sé  il seme della rinascita.

CA: Il tuo romanzo racconta la giovinezza con humor e ironia ma allo stesso tempo si fa carico di una realtà a volte drammatica senza toccare però corde smielate o troppo profonde. Hai voluto ritrarre una generazione ormai estinta o narri una generazione recente in cui è facile  specchiarsi?
EM: Interessante la scelta dei tuoi aggettivi. Sono piuttosto convinto che un ventenne miceneo del 1233 a.c, un ventenne  longobardo del 490 d.c. e un qualsiasi ventenne globalizzato del 2009 abbiano tratti in comune: l’aspirazione alla gloria e l’angoscia di non sapere come raggiungerla, per esempio. Oltre, naturalmente, alla voracità erotica. Lo humor nasce proprio dal fatto che io vent’anni non li ho più – l’umorismo è  quella scintilla che scocca dall’incontro fra inconsapevolezza dei protagonisti che vivono al presente e coscienza dell’autore che li osserva dal futuro. L’umorismo ci è  dato dal filtro della memoria e della riflessione – per questo è  così difficile vivere umoristicamente! Scrivere umoristicamente, invece, dovrebbe essere un dovere (Milan Kundera dice che non esiste arte del romanzo senza humor).
Non parlerei tuttavia di ironia: l’ironia è  una forza che rischia d’essere giudicante, moralista, poiché chi l’adopera suppone di conoscere la verità, pur affermando il contrario  di ciò che intende. Della verità a un romanziere importa poco, la indaga, certo, ma per il piacere di indagarla e rivelarne le inafferrabili (e colorate) sfaccettature, per il gusto di rappresentare la meravigliosa stupidità della vita, coi suoi richiami, ritorni, e paradossi. Se un giorno diventassi così impudico da insegnare creative writing, proporrei come lettura base L’Umorismo del grande Louis - incorrendo subito nel primo errore dei maestri di scrittura, e degli insegnanti in generale: influenzare lo studente secondo le proprie teorie, convinzioni, idee, e inoculargli una presunta verità nel momento in cui si  declama che non esiste la verità, almeno per un romanziere. Dannazione!

CA: Quanto della tua vita personale si riflette nel libro e nel carattere di Emanuele (protagonista del romanzo)?
EM: Mi sono ispirato al me stesso ventenne  -  la mia rabbia, i miei desideri, le mie fragilità. Perché  quei sentimenti mi erano utili per raccontare quella che mi sembrava una storia stuzzicante – non solo per me -  perciò è  stato comodo ritrovarseli in casa, nella memoria, (comunque sovrana ingannatrice) che avevo di me ventenne. Quei sentimenti li ho intensificati o attenuati, per rendere il racconto più efficace possibile, ovvero per divertire me stesso e gli amici eventuali, ipotetici, immaginari, che avessero voluto ascoltarmi attorno al fuoco. Storytelling: è  l’unica cosa che m’interessa, non ho peccati da confessare al mondo, consigli morali da dispensare, concetti politici da dimostrare. Quindi Emanuele si è  mosso secondo la storia che intendevo raccontare e secondo il mondo che gli ho costruito attorno: ovvero, entrambi – Emanuele&Emanuele – se ne sono infischiati al 100% della realtà dei miei personali vent’anni, ammesso che ne avessero coscienza e memoria.  Se del resto avessi permesso alla mia vanità di insinuarsi nei miei piani, sarebbe stato un bel guaio: temo che non avrei fatto fare ad Emanuele cose così stupide, non lo avrei reso così impacciato, così ottuso in certe situazioni, così volgare in altre. Ma a me serviva in questo modo e s’è  dovuto adeguare.
Il fatto che alcuni identifichino me col personaggio non riesce a toccarmi, non avverto il bisogno di far distinzioni - ed è  un loro diritto, del resto.

CA: Pubblicare è diventato un’impresa da titani. Molti scrittori esordienti vanno alla ricerca, per anni, di una casa editrice disposta a pubblicare la propria opera con vani risultati. Per te il percorso verso la pubblicazione è stato in salita o hai trovato un facile riscontro?
EM: Ma non sono forse le imprese da titani quelle che  vale la pena affrontare?
Peraltro, mi risulta che pubblicare sia una fatica immane non solo per gli imberbi ma anche per scrittori dai curriculum eccezionali che però non garantiscono all’editore un guadagno tale da giustificare l’investimento sul loro prossimo romanzo. Vero è  che alcuni scrittori, che vendono poche migliaia se non centinaia di copie, continuano a trovare grandi editori disposti a puntare sul loro nuovo capolavoro:  Mistero della Fede.
Il mio percorso di pubblicazione è  stata una passeggiata (che mi auguro ancora lunga) attraverso il deserto dei primi silenzi e dei no prestampati, il miraggio di certi quasi-sì che si son rivelati no (i momenti più duri) l’oasi dell’accettazione del primo racconto sulla rivista più scalcinata del West (il momento più bello in assoluto, meglio di tutto ciò che è  venuto dopo) il boschetto fiorito dei primi racconti accettati da riviste americane e del primo saggio pagato,  finché  –  sempre con intervalli in cui dovevo fermarmi perché  mi facevano male i piedi ed ero stanco delle intemperie –  a un certo punto ho fiutato nell’aria che il mare era vicino, che accanto ai transatlantici c’era una barchetta anche per me. Ce n’erano due, addirittura, due piccoli ma seri editori pronti a investire sulla mia storia: ho fatto la mia scelta e sono partito.

CA: Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento? Soldi spesi male o possibilità di incanalarsi verso il mondo della scrittura utilizzando una scorciatoia?
EM: L’editoria a pagamento è  tipografia a prezzi truffaldini. Ci si gioca denaro, dignità, e amor proprio. E peraltro, dove sta la soddisfazione?
Non so se ci siano editori a pagamento onesti – mi sembra un ossimoro – ma è  la logica che suona perversa: io ti pago per un mio prodotto che tu vendi.
(Si fa per dire, perché  chi glielo fa fare a costoro di mettere a rischio il gruzzoletto che gli hai elargito, investendo nella distribuzione, promozione, eccetera?)
Tra l’altro, quel che dico io non conta nulla, ma ci si legga Eco nel Pendolo di Foucault – e lui un po’ d’esperienza editoriale ce l’ha.

CA: In una recente intervista  Susanna Tamaro ha asserito che oggi non esistono i grandi scrittori perché le nuove generazioni non conoscono il dolore e la sofferenza e che il genio e il talento degli scrittori del passato era frutto soprattutto delle privazioni, dell’aver conosciuto la fame e il freddo e per aver combattuto la guerra. Sei della stessa idea o pensi che il talento trascenda il dolore e la felicità?
EM: Quando uno scrittore fa una dichiarazione del genere, che oggi non esistono i grandi scrittori, dà sempre l’impressione che stia pensando agli altri, no? Gli scrittori sono orridamente egocentrici e hanno sempre bisogno di prendere le distanze, far piazza pulita, e mettere i puntini sulle “i”.
Per il resto: un artista la felicità e il dolore se li inventa. I sogni più deliziosi e le più acute sofferenze avvengono in una qualche sconosciuta cellula d’avorio del nostro cervello.
Secondo me, i due più bei romanzi del ‘900 sono stati scritti da un aristocratico siciliano che bisognava andare a prenderlo col carro-attrezzi per trascinarlo fuori dalla sua biblioteca e da un educatissimo bancario dai baffoni d’argento.
Il Gattopardo e La coscienza di Zeno, che grandi libri amici, come direbbe José  Altafini! Qui si trova di tutto, lo stile e la poesia, l’umanità a 360 gradi, il desiderio e la delusione, la gioia e il lutto, la vita e la morte, qui si ride e si piange, si sorride e ci si commuove e sempre – sempre – si trova consolazione.
E in quanto al fatto che le nuove generazioni non conoscano il dolore: mi sembra strano, conoscendo diversi suoi romanzi – e peraltro apprezzandoli ben più di quelli scritti da certi scrittorini che la disprezzano per invidia -  che la Tamaro abbia detto una sciocchezza di questo tipo.
(Questo non c’entra, ma una delle più grande bufale che ho sentito in giro è  che i romanzi della Tamaro sono buonisti! Bisogna non averli letti per dire una cosa di questo tipo. Sono crudelissimi, tremendi.)

CA: Molti critici snobbano gli scrittori moderni considerando la loro scrittura priva di tecnica e di pathos. Secondo te è vero che spesso si accantona la tecnica per il contenuto?
EM: Immagino che per moderni, intendi contemporanei e viventi. Non so chi siano i critici a cui ti riferisci: so che in ambito accademico, qui negli Stati Uniti, si fa un gran ciarlare di scrittori che non valgono un fico secco. Ma gli accademici del resto hanno bisogno di pubblicare i loro articoli publish or perish - e ciò che dicono è  irrilevante anche per loro.
Io da una parte apprezzo sempre la presenza di una trama, che resta l’aspetto più complesso – a livello di ideazione e architettura – in un’opera romanzesca, e apprezzo coloro che sanno identificare un pubblico e  raccontargli una storia, a prescindere da ogni discorso artistico: dai maestri del complotto alle deliziose e diaboliche signore della narrativa rosa ai vituperati bestselleristi Americani o nostrani. D’altra parte, mi stupisco quando vedo noncuranza nella forma, quando avverto che non c’è  alcuna esigenza estetica: il piacere che mi procura una storia raccontata in modo cronachistico o farraginoso è  un piacere di bassa lega, usa e getta, è  un piacere tascabile, da viaggio in treno di seconda classe da Roma a Milano, o in economica da Miami a Boston. Sia chiaro, ben vengano questi piaceri: abbiamo bisogno d’essere intrattenuti, abbiamo bisogno di non annoiarci. Però è  raro che questi libri, pur divertendoci e distraendoci dalla noia quotidiana, riescano a confortarci da un dolore o a intensificare una gioia: perché  è  questo che si trova nei grandi romanzi, è  un piacere superiore, che tocca le nostre corde più inesplorate.  Oscar Wilde diceva che dare una forma al dolore lo attenua, così come dare una forma alla gioia lo intensifica, ed è  proprio così.  Ricordo il giorno in cui arrivò la lettera che formalizzava il mio licenziamento dalla tivù in cui avevo lavorato per quasi due anni - un ruvido giorno di febbraio: era il compimento di una lunga serie di giorni funesti a scrivere curriculum, a non ricevere risposte, a naufragare fra gli annunci del giornale, a sentire la mia dignità di giovane uomo calpestata dall’ignominiosa parola “disoccupato”. Iniziai a leggere Il Gattopardo in quei giorni. E pagina dopo pagina, le nuvole si allontanavano, la miserabile realtà si staccava da me, e una forza inattesa mi rinvigoriva muscoli e spirito. A lettura ultimata (ma non si smette mai di leggere un capolavoro, e non intendo solo materialmente, è  qualcosa che non ti abbandona) ero di nuovo me stesso, ero rabbioso, feroce, felice - e pronto alla battaglia.

CA: Quali sono, secondo te, gli scrittori contemporanei che possono fare da maestri agli esordienti?
EM: Tutti, moderni e antichi, preferibilmente morti, per evitarci la loro ingombrante presenza fisica. Ognuno deve avere in mente cosa vuole scrivere e per quale pubblico – sia esso te stesso o il mondo intero. Dopodiché si guarda attorno e comincia a saccheggiare, copiare, imitare, persino imparare. Bisogna capire i segreti, l’ingrediente misterioso dell’intingolo, intuire la miscela che sta dietro tanta potenza, sporcarsi le mani – nel sugo o nel motore. Bisogna leggere i modelli al punto da avvelenarsi, e avvelenarsi al punto da rimanere immuni. Gli scrittori autentici sono tutti Mitridate. Se vogliamo studiare le squisitezze della similitudine e i misteri del colore, rileggiamo Nabokov (Adelphi ha da poco pubblicato un volume di racconti di quasi 800 pagine, Una bellezza russa, un tesoro imperdibile), se inseguiamo una nebbia parigina e una birra alla brasserie riscopriamo Simenon (Agatha Christie se la nebbia la vogliamo violetta e
preferiamo un tè caldo) se intendiamo scrivere una bella storia di seduzione e crudeltà o semplicemente un’e-mail sanguinosa all’amante che ci ha abbandonato andiamo a rileggerci il magnifico Choderlos de Laclos oppure, che so, il recente Bad Girl di Vargas Llosa, se vogliamo comporre sonetti alla nostra bella andiamo a scuola da  Petrarca, of course (ma anche da Roberto Piumini), se vogliamo fare un ricettario leggiamoci Suor Germana.
Evidentemente esiste anche una possibilità opposta: che siano i maestri a scegliere noi e non noi i maestri. Che la vita, col suo simulato senso del caso, ci metta sul cammino quel libro proprio in quel momento, determinando per sempre quelle che noi crediamo essere le nostre scelte – di stile, di contenuti – future. Voglio dire, se la vita m’avesse fatto leggere Suor Germana un po’ prima, ora starei rispondendo alle domande di “Chef Magazine”.
Comunque sia, rubare è la parola chiave, salvo poi rinnegare i maestri e negare ogni malefatta affermando che “si ha elaborato uno stile personale”.

CA: I corsi di scrittura creativa sbocciano come fiori a primavera. Molti giovani esordienti li seguono con la speranza di trarne dei vantaggi ma i vantaggi esistono davvero? Si può imparare attraverso questi corsi ad essere scrittori o ci sono talenti innati che nessun corso può insegnare?

EM: Non riesco proprio a frenare un ribrezzo manicheo ogni volta che sento l’espressione “scrittura creativa”. Specie “creativa”, devo mettermi a camminare su e giù per la stanza canticchiando That’s Amore per togliermi il saporaccio di bocca. Mi chiedo perché.
Primo: per me, le Scuole di Scrittura Creativa - When the moon hits your eye like a big pizza pie that's amoreeeee - sono come il Grande Fratello o La Tivù del Dolore o l’Editoria a Pagamento: lucrano su una intima debolezza dell’essere umano. Tutti vogliamo esibirci, tutti vogliamo esser famosi, tutti vogliamo esser speciali, tutti vogliamo che il nostro io risuoni vigoroso come  il ruggire dell’olifante o il barrire di un elefante
Secondo:  chiunque abbia una vaghissima idea di scrittura creativa sa ciò che ho appena detto,  ovvero che ci si fa le ossa con la lettura e nient’altro. Perché  dovrei pagare per chiedere perle di saggezza e tristissimi esercizi di lettura a Ciccio Formaggio – quando posso leggere Shakespeare gratis?
Mi dica piuttosto, il signor Formaggio, come si fa a pubblicare come ha fatto lui con i più grandi editori malgrado la sua prosa sia bolsa e piatta come  lo stato dell’Indiana? E come fa a continuare a pubblicare con grandi editori malgrado venda 37 copie a volume (tanto che per sopravvivere deve insegnare scrittura creativa) – questi sono i suddetti misteri della fede che vorremmo ci fossero rivelati.
In realtà, il mio pregiudizio nasce proprio dal fatto che ho in mente certi docenti, imbrattacarte senza carne né  pesce che ci credono davvero, mica lo fanno per far soldi sulla pelle dei polli, e studenti che  ci credono altrettanto, mica lo fanno per farsi amico – ovvero diventare discepolo – dello scrittore e aprirsi quella porta nel mondo editoriale che non possono aprirsi col talento – altrimenti non avrebbero bisogno di andare a fare un corso di scrittura ed intessere lodi al maestro.
Ma poi, ma poi…
Devo confessare che conosco altre persone, che insegnano scrittura, e altre che seguono questi corsi: e devo confessare che sia le prime che le seconde sono persone in gamba, e quando  parlano di scrittura – avverto passione, professionalità, conoscenza, lealtà.
Devo confessare che, a parte le lezioni di grammatica impartite alla scuola elementare dalla mia memorabile maestra,  i due corsi di retorica che ho frequentato all’università americana sono stati ciò che di più prezioso ho imparato a scuola.
Devo confessare che – Dio mio, che vergogna – questo semestre insegno un corso chiamato “Italian Writing Workshop”, Laboratorio di Scrittura Italiana (ho posto come condizione di eliminare quell’aggettivo insulso) e impongo ai miei studenti di scrivere pagine e pagine imponendo loro gli argomenti più disparati da affrontare dalle angolature più diverse, identificando ogni volta un pubblico diverso. E poi in classe analizziamo gli scritti da un punto di vista grammaticale, lessicale, retorico. E temo che non solo ci stiamo divertendo molto ma che, ahimè, stiamo imparando qualcosa.

CA: Sei  nato  a Mestre ma vivi a Boca Raton, nel sud della Florida. Un salto geografico e culturale davvero vertiginoso. Quanto ti ha cambiato questa opportunità di vivere appieno due realtà tanto diverse?  Quanto questo ha condizionato la tua scrittura?
EM: Passo due terzi dell’anno ai Tropici coi piedini nell’oceano e un terzo nella mia rugginosa, giovane e maltrattata città a girellare in giro in cerca di madeleines. Vivo una vita immaginaria: quando sono a Mestre sogno Boca, quando sono a Boca sogno Mestre.

CA: È  già passato un anno dall’elezione di Obama. In America si respira ancora quell’aria di speranze e aspettative che  caratterizzava i primi giorni o l’entusiasmo è andato scemando?
EM: Gli Americani avevano bisogno di Obama come il pane per riaffermare il postulato su cui si basa la loro storia e soprattutto la loro stessa vita quotidiana, quella verità  sentimentale, e quindi incontestabile - fondata sul pathos ancorché sulla ragione:  l’American Dream.
Il giorno dopo la vittoria avrò sentito mille volte la frase: “oggi sono orgoglioso di essere Americano”, una frase carica come un esplosivo di conseguenze e significati ambigui, consci o inconsci, a cui il cinico Snoopy avrebbe risposto: “ho il cervello rutilante di risposte sarcastiche.”
Ma è una verità  sentimentale, e quindi non andava discussa. Ora che è stata ri-ufficializzata questa  verità,  Obama può essere criticato, anche perché i mass media sanno bene che criticare tira più che elogiare.

CA: La Florida ha attirato molti scrittori, come Marjorie Kinnan Rawlings, Ernest Hemingway, e Tennessee Williams. Ti senti un privilegiato o un cercatore di opportunità?
EM: Mi sento molto bene, fondamentalmente.

CA: Ci sono degli esordienti che scrivono un unico libro e poi si fermano, hai mai messo in conto una possibilità del genere? Sei già pronto per una nuova avventura letteraria o vuoi goderti il successo di “È  sabato mi hai lasciato e sono bellissimo”?
EM: “Successo”? Quando me ne starò in videoconferenza coi miei 12 agenti sbocconcellando caviale in vasca da bagno come Joan Collins in Dynasty – allora, forse, mi soffermerò a riflettere su quanto relativa sia la parola “successo”. Dopodiché , è  vero, il Sabato – bravo ragazzo - se la sta cavando benino, un po’ sfrontato nella sua convinzione d’essere più sexy di molti bellimbusti che lo circondano. Nel frattempo sto attraversando mattine molto gradevoli ad architettare addirittura due storie, piene di trucchetti e magie, una ambientata  in Florida, l’altra a Venezia.

CA:  “È  sabato mi hai lasciato e sono bellissimo” è arrivato alla seconda ristampa. Oltre al valore letterario dell’opera, pensi che una buona pubblicità possa aver influito nella riuscita del libro?
EM: Il valore letterario di solito lo decide il signor Tempo, con un riprovevole ritardo di almeno un paio di secoli.  Scrivere una storia divertente, qualsiasi sia il senso che  diamo a divertente, è  la condizione senza la quale qualsiasi pubblicità, credo, diventa inutile. Certi colossali crack hollywoodiani lo dimostrano. Dopodiché , la pubblicità è  fondamentale. Il Sabato ha avuto la fortuna, fin’ora, di guadagnarsi paroline davvero dolci da giornali quali Alias, Il Mattino di Napoli, Max, e farsi persino una capatina in RAI e su Canale Italia. Ma  altrettanto importante è  stata la voce dei giornali locali o delle radio universitarie o di chiunque, singolarmente, abbia voluto spendere, anche solo oralmente, una buona parola per il Sabato. In particolare, sono molto grato ai miei nuovi e vecchi amici su Facebook.

CA: Quali cambiamenti ha portato alla tua vita la pubblicazione del tuo romanzo? Ti sei sentito violato, in qualche modo, nel porgerti agli altri attraverso il velo che separa te e il protagonista del tuo romanzo?
EM: Nessuna violazione. Ho molti amici in più. Con qualcuno ci perderemo, lo so,  ma sono convinto che altri resteranno,  e ci godremo il panorama assieme.
 

Scritto da caterinaarmenta alle ore 14:43 del giorno: venerdì, 23 aprile 2010

Nessun commento:

Posta un commento