martedì 3 gennaio 2012

Addio Enzo.



Ci si sveglia al mattino convinti che quello è un giorno come un altro e che andremo a letto inondati di ricordi e talmente sbronzi che dimenticheremo quale parte del letto ospiterà i piedi o la testa. Scenderemo in cucina per  prendere un caffè e  lasceremo cadere lo zucchero a terra, verseremo il liquido fumante sulla cucina e lasceremo il pigiama floscio e inanimato su una sedia qualunque destinato a mani più clementi e certamente più abituate all’ordine. Usciremo di casa con l’intento di non tornare a mezzogiorno perché gli amici sono tornati dall’estero per le feste di Pasqua e andremo in giro a fare baldoria. Per questa folle euforia dimenticheremo di dire a mamma di non apparecchiare anche per noi, non accarezzeremo il pancino della sorellina in attesa che a breve convolerà a nozze e gira per casa con modelli d’abiti da sposa a cui non avremo dato un’occhiata. Fuori casa fischieremo al nostro papà per dirgli di spostare la sua “carriola” perché  abbiamo fretta. La fretta dei 23 anni. La fretta di chi crede che la vita sia eterna e ripetibile. Che il male non può sfiorarci e che domani esisterà solo grazie a noi.
Invece dopo una giornata di risate con gli amici, la birra al bar, il giro in città, l’occhiata alla nuova auto “scesa” dalla Germania, con i cerchi in lega, le gomme che sembrano quelle di un trattore, lo stereo che prepara anche il caffè e così ribassata da sfiorare l’asfalto, si deciderà  che quella sarà la serata del ricordo. La serata in cui lo sballo sarà il padrone di casa.
Si entra in auto, la radio a palla. Si parla e si urla. Si ride e qualcuno tra  tutti fa anche una smorfia ridicola. E poi il rettilineo. L’idea di “tirare” l’auto. Un auto potente, maggiorata. La strada bagnata e la rotatoria non rispettata. Si ride mentre dinanzi si presenta la curva. La vita là potrebbe fermarsi. Un attimo soltanto per ricordarci che siamo effimeri, polvere, giocattoli in mano a esseri privi di responsabilità: noi stessi. L’idea è tentare di girare la curva a duecento e magari tirare il freno a mano per fare un testa coda e lasciare i segni delle gomme sull’asfalto.
Ma non sempre va così. La macchina sbanda e va a schiantarsi contro un muro, un palo, oppure finisce in un fossato. I superstiti  escono fuori, ammaccati, feriti con il cuore che pompa a mille, la confusione e la consapevolezza di essere vivi. Allora ci si rende conto che uno di noi è morto. Si, uno è morto. Il corpo inerme, gli occhi sbarrati. La tragedia diventa realtà. La vita e la morte a un passo da noi. Il miracolo e la tragedia insieme.
 Chi di noi a 20 anni non ha schiacciato un po’ troppo il piede sull’acceleratore? Chi dopo una sbronza si è messo al volante convinto di farcela? Quanti di noi hanno pensato di essere onnipotenti e immortali, destinati a svegliarsi domani nel proprio letto, con la propria famiglia?
Tutti lo abbiamo fatto irresponsabili ed egoisti, incapaci nel pensare alla propria famiglia che morirà dal dolore quando un carabiniere qualunque busserà alla porta della nostra casa per dire: suo figlio è morto. La morte non lascia speranza. È una certezza assoluta a cui l’uomo non è abituato, come non può abituarsi una madre a non  doversi  più alzare di notte per andare a spiare quel figlio screanzato  che torna tardi e vive i suoi 20 anni con la prepotenza della giovinezza. Una madre muore dal dolore. Si consuma, trema, perde la sua ilarità. Perde il frutto del suo grembo. Quella madre perderà lo zucchero sul pavimento, la macchia di caffè sulla cucina e il pigiama inanimato che aspetta di essere riposto  nel suo cassetto.
E un giovane uomo muore lasciando un intero paese in        sgomento. Addio Enzo spero tu non abbia sofferto.

Scritto da caterinaarmenta alle ore 15:37 del giorno: martedì, 14 aprile 2009

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