lunedì 14 dicembre 2015

Storie vere: Amori sbagliati.

Non è bella, né particolarmente simpatica. Non ama i luoghi affollati, e le cene improvvisate. Non è credente, e detesta le smancerie.
Maria è una ragazzina anonima, priva di qualsiasi slancio emozionale.  Nessuno tiene in considerazione la sua opinione,  è sua madre a reggere i fili della sua vita.
La sua esistenza è semplice, un ripetersi continuo di anonimi gesti... fino a quando il suo talento non si rivela. Mani Pinte, la chiama la mastra sarta, Mani pinte, la chiamano le giovani spose a cui lei realizza vestiti da sposa. La sua bravura è conosciuta in mezza Italia, la delicatezza dei suoi gesti è cosa risaputa, è determinata quando acquista stoffe e accessori, solo allora Maria sa essere se stessa, sa scegliere senza l'intervento materno.

Non piace alle potenziali suocere, tanto meno alle potenziali cognate. Le donne la considerano presuntuosa e quando scorrazza in auto per le vie del paese, alla stregua degli uomini, Maria viene detestata, la gente è convinta che farà una brutta fine, cosa ci si può aspettare da una donna del
genere?

Impara a dire no a sua madre e lo fa quando si innamora di Davide. Entrambe le famiglie detestano quell'unione, nata tradendo il cuore di una giovane e futura sposa invaghita dell'arte sartoriale di Maria. Uno sguardo attraverso lo specchio è fatale per entrambi, travolti da una passione incontrollabile decidono di sposarsi, infischiandosene di costruire la loro felicità sulle macerie di un cuore trafitto.
Sono felici, viaggiano. Ridono tanto. Lei lavora, è invidiata, è economicamente indipendente. Non ha più bisogno della guida di sua madre, sa gestire da sola lavoro e patrimonio. Lui lavoricchia, non ha né arte e né parte, solo una piccola casa che ristruttura con i soldi della moglie.

Maria è detestata sia dalla suocera sia dalla cognata, ogni occasione è buona per ferirla, per sottolineare il fatto che occupa il posto di un'altra, che è un'infiltrata, una poco di buono dal ventre sterile, punita da Dio, per le sue malefatte. Maria non si lascia toccare da certe cattiverie, non risponde neanche a certe provocazioni. E' felice, almeno fino a quando Davide diventa irrequieto. Non avere figli gli pesa, la loro storia d'amore non è cresciuta, non si è evoluta, non ha fatto un salto verso il futuro,  resta fissa, statica in mezza al loro sentimento.

Iniziano i viaggi della speranza, tra medici e santi, tra santoni e talismani. Lei, riluttante, si trascina dietro al marito, detesta perdere tempo in sciocchezze, ha tanti impegni lavorativi e vorrebbe portarli a termine. E poi, ne sente di cotte e di crude, vorrebbe ridere in faccia a chi le consiglia pietre magiche e infusi miracolosi, ma il marito è seriamente preso dal dilemma. Decide  di non ferirlo. Tra tutti, qualcuno dovrà pur rispondere, pensa Maria. E' profetica. A darle un risultato certo è la scienza: Davide è sterile. Nell'anonima camera d'albergo, in cui i due pernottano durante i viaggi per i controlli clinici, Davide le chiede di mentire, di dire che lei è quella sterile. Maria ride, ride di gusto, si sganascia dalle risate, tanto da cadere dal letto dov'è seduta.
"Non lo farò mai, mai perché non vedo l'ora di vedere la faccia di tua madre e quella di tua sorella quando gli dirò che Dio ha punito te e non me".

Maria prova soddisfazione quando le due donne balbettano in cerca di una soluzione. Maria ride, mentre suo marito diventa ancora più "piccolo", trasparente di fronte alla sua immagine, non sono uguali, non lo sono mai stati. Provano a ricucire i rapporti, ma non ci riescono. Davide soffre. Vuole un figlio più di qualsiasi cosa al mondo.  Maria è sollevata, anche lei vuole un figlio, ma l'idea di non essere sterile e di poter, finalmente, ribattere alle cattiverie della suocera non le fanno notare che si sta allontanando dall'uomo che ama.

La convivenza risulta insopportabile, Maria va via. Vende ogni cosa,  mentre sua madre, la suocera e la cognata le strisciano ai piedi, la supplicano di riflettere bene.

Acquista una piccola casa in un paesino di montagna e si trasferisce. Ricama, fa riparazioni sartoriali, non ha problemi economici, non vuole più realizzare abiti d'alta sartoria, chiude con il passato, per sempre. Si innamora una seconda volta, un sentimento molto più maturo del primo, emozioni diverse, nessun progetto di continuità, vuole vivere alla giornata. Lui è d'accordo, fa il commesso viaggiatore, non potrebbe stabilirsi lì da lei.
Quando l'amico/amante muore, viene a saperlo sei mesi dopo, per caso. A chiamarla è la figlia di lui, ha trovato il suo numero sull'agenda del padre, lei sta riscuotendo le somme che alcuni clienti devono all'uomo e di conseguenza alla famiglia in lutto. La ragazza precisa che non riesce a capire perché suo padre ha inserito, sull'agenda, il nome di dodici donne di dodici paesi diversi senza segnare la somma da riscuotere o la merce da consegnare. Maria è trafitta da una verità gelida che le spacca il cuore.

Ormai anziana decide di assumere una badante, che possa occuparsi della casa e un giorno anche di lei. La donna è sposata e aspetta un bambino. Quando la piccola Fatima nasce, Maria riprende a cucire. Cuce solo per la bambina, le realizza abiti con cui lei può giocare e travestirsi. Le cuce i vestiti per la recita, per carnevale, per ogni occasione.
Per la prima volta in vita sua Maria si sente amata per quella che è.
Lei non ha mai veramente voluto diventare madre, ma fare la nonna le calza a pennello.

mercoledì 28 ottobre 2015

Il valore di un ricordo.

Da bambina accompagnavo mia madre a far visita ai defunti, non solo nel mese di novembre ma durante tutto l'anno. C'era sempre un motivo "valido" per andare dai nonni e dai parenti che ormai non ci sono più, un anniversario, un compleanno, una splendida giornata di sole che ci consentiva di fare la lunga strada da casa al cimitero a piedi, senza temere di essere sorpresi da un temporale. Si accodavano mia zia con i figli, i miei fratelli e le mie sorelle, e anche se noi bambini eravamo consapevoli che una volta valicato il cancello d'ingresso bisognava stare in silenzio e mostrare rispetto, la visita al cimitero diventava una sorta di festa, un incontro tra noi bambini e un mondo che ci "spaventava" e al contempo ci affascinava.
Una volta "salutati" i nonni e aver pulito i vasi per i fiori (facevamo a gara per chi dovesse andare alla fontana a riempire l'acqua), io, mia sorella e mia cugina ci allontanavamo dalla cappella di nonno, e andavamo in giro lungo i corridoio sul lato "vecchio" del cimitero, laddove erano sepolti "gli antichi" (Così chiamavamo i defunti che avevano combattuto la guerra e che erano morti da così tanti anni da convincerci di non essere mai esistiti). La cosa che ci attraeva era la storia di ognuno di loro, volevamo sapere, cercavamo sulle lapidi qualcosa che ci raccontasse il loro vissuto che ce li rendesse più "vivi", del tipo:"siamo esistiti per davvero". 
C'erano delle regole, naturalmente. Non potevamo entrare nelle cappelle crollate e abbandonate allo sfacelo e dovevamo farci trovare al cancello d'ingresso prima delle cinque, altrimenti i preparativi del banchetto serale, che al calar del sole "animavano" le anime dei defunti, i quali abbandonavano le tombe per preparare la cena, ci avrebbero sorpresi costringendoci a rimanere, per sempre tra i morti. Non avevamo orologi, eppure sapevamo perfettamente quant'era il momento di andar via, prima che le posate, adagiate sul tavolo del cimitero, tintinnassero e il suono si propagasse tra i corridoi in cui noi tre correvamo, per sbirciare, di ritorno a casa, dalla finestra dell'ossario e vedere qualcosa di macabro che ci desse il brivido dell'orrido.
Sembra sciocco, ma "vivevamo" il cimitero e avevamo imparato a conoscere alcune persone: la suora mia omonima, la cugina di mamma, bellissima e morta giovanissima, la mamma che sopraffatta dalla disperazione ha portato con sé, in maniera atroce i suoi bambini, i reduci di guerra morti di vecchiaia, la bambina morta di SIDS, il giovane suicida per amore, e insieme alle persone le cose: il cipresso alla scalinata, la fontana vicino alla cappella di nonno, la finestra, rotta dell'ossario, la scalinata con il corrimano, la cappella crollata dove riposano i bisnonni, il corridoio a destra che conduceva (ora non più) al secondo cancello.

E tutto questo mi ha insegnato che la vita e la morte camminano insieme, che non dobbiamo temerla ma rispettarla, che ci sono luoghi che assumano il significato che noi gli diano... eppure stamane mi sono resa conto che tantissimi bambini non visitano il cimitero, che tanti genitori non li portano, convinti di proteggerli. Mi chiedo: da cosa?

martedì 6 ottobre 2015

Letti con mia figlia: Dov'è Alice di Stefania Siano

"Avevi bisogno di tempo, dovevi trovare tu la strada dei ricordi, io ti ho dato solo gli strumenti adatti."
Mi metto in ginocchio sul letto e chiudo il diario.
"Perché mi stai parlando allora?"
"Il Dottor Z ha capito che stai ricordando e non abbiamo più tempo."
"Più tempo per cosa?"
"Arianna dobbiamo tornare indietro, dove tutto ha avuto inizio.."


Prezzo ebook: € 1,49
Prezzo cartaceo: € 10,00
Pagine: 124
Genere: Fantasy
Editore: Lettere Animate
Data di pubblicazione: 7 Aprile 2015

Arianna vive a Città dei Sogni e adora sua sorella Alice, una bambola di porcellana capace di parlare e pensare come un essere umano che suo padre ha costruito per lei quando era ancora una bambina. Un giorno Alice scompare misteriosamente, suo padre non le dà alcuna spiegazione e non sembra interessato a cercare la sua sorellina, ma Arianna non si dà per vinta: assieme ai suoi amici Lea e Leo e al suo pupazzo di infanzia il Signor Bianconiglio, decide di partire alla ricerca di Alice; per farlo dovrà attraversare il caos di Paese Sogni d’Oro, il grigiore di Periferia Dormiveglia, la Discarica dei Ricordi e il Distretto Risveglio. Arianna dovrà capire da sola qual è la strada giusta da seguire: dare retta al Dottor Z, un individuo mascherato, vestito da prestigiatore che cammina sui trampoli e che sembra sapere tutto di lei o fidarsi dei consigli del Signor Bianconiglio? Arianna non lo sa, ma l’unica cosa che può salvarla è trovare una risposta alla domanda: “Dov’è Alice?”


Ho acquistato questo ebook convinta che sarebbe stato una piacevole lettura di intermezzo, "leggera", da condividere con mia figlia, ma non avevo capito quanto mi fossi sbagliata. 

Per la prima parte del libro la lettura è "sbarazzina", si conoscono i personaggi: Arianna, i due gemelli Leo e Lea e come "ombre" in secondo piano, i genitori di Arianna e Alice, la bambola perfetta, diversa da qualsiasi altro esemplare perché capace di fare tutto, ma proprio tutto, persino ribellarsi. In questo ventaglio di presentazioni ogni tanto spicca anche la madre dei gemelli, tutt'altro che simpatica. 
Il mondo intorno ad Arianna è meraviglioso, Città dei sogni è idilliaca, la Siano ha tratteggiato ogni piccolo particolare: dai mezzi di locomozione, alla moneta di scambio, dalle abitazioni alle zone periferiche. 
Arianna cresce, diventa una fanciulla e soffre. Alice è scomparsa ormai da troppo tempo e nessuno la cerca, suo padre è evasivo (meglio definirlo indifferente), sua madre non è facilmente rintracciabile (I genitori dopo continui litigi si separano). Tra magia e realtà, sogno e finzione, Arianna prende lentamente consapevolezza del fatto che Alice non verrà cercata da nessuno, la scossa arriva dal Signor BianConiglio, un peluche che si ritrova a non avere un orecchio a causa della lotta, finita male, tra le due sorelle (e fa tanta tenerezza "vedere" Alice tentare di ricucire l'orecchio del peluche e non riuscirci, pur di far ritornare il sorriso sul volto della sorella). 
Arianna inizia il suo viaggio, seguita a ruota dai gemelli Leo e Lea (che litigano in continuazione tenendo alto il ritmo della narrazione) e un susseguirsi di eventi, di incontri e di "ritrovamenti", l'aiuteranno a capire la verità. 

Dov'è Alice è un romanzo dalle due facce, di primo acchito inganna facendo credere al lettore di star leggendo una semplice fiaba, dai toni bassi, dove la strada è burrosa, e dove non si inciampa spaccandosi i denti. Arrivati alla discarica dei sogni (amerete il guardiano e il suo modo di dare indicazioni "stradali"), e catapultati nei flash back, si intuisce che la storia ha un substrato, un valore intrinseco che fa sanguinare il cuore. I silenzi del papà di Arianna, quello che sembra menefreghismo, l'allontanamento della madre, i ricordi "perduti" della bambina, tutto ha un perché per nulla banale, anzi rivelatore.

Consiglio vivamente di leggere questa storia fantastica dal forte impatto emotivo, per certi versi, soprattutto per un percorso emozionale, mi ha ricordato il film "Intelligenza Artificiale", lo stesso senso di smarrimento, la stessa potenza della ricerca. 
Un'opera prima che merita di essere letta.


Nonostante il tema sia impegnativo, ho letto la storia a mia figlia di cinque anni che l'ha molto apprezzata. Non nego che su alcune cose si è commossa e che altre hanno avuto bisogno di spiegazioni più approfondite. Come scritto sopra, all'inizio della storia gli eventi sono delicati, l'ambiente descritto abbastanza familiare, quindi la scoperta di una verità più profonda è avvenuta gradualmente e l'abbiamo vissuta insieme e condivisa. 

giovedì 17 settembre 2015

Uno sguardo sul mondo: Femminicidio.

Guardatela bene questa donna, è stata ammazzata come una bestia, un colpo di pistola alle spalle e poi il suo assassino le ha preso la borsa per poter ottenere il telefonino con cui chiamare i parenti di lei e minacciarli. Quest'uomo (se uomo può essere definito) diceva di amarla anche quando, qualche mese prima aveva tentato di lanciarla dal balcone di casa di lei, quando scriveva sulla sua pagina facebook che prima o poi gliel'avrebbe fatta pagata cara.
Vincenzina, questo è il nome della donna, aveva denunciato il suo stalker ma non è servito a nulla, come al solito, se non a rinforzare la convinzione di lui di volerla uccidere, forte della consapevolezza che le conseguenze non sarebbero state nefaste. Intanto lei è morta e il suo obiettivo è centrato. E non so se i legislatori italiani lo sanno che quando si muore non si torna più indietro. Ci vogliono leggi severe, che devono essere applicate, ma soprattutto questi individui devono subire trattamenti psichiatrici che possano almeno tentare di sanare la loro gelosia patologica e il loro narcisismo insano. Tenerli, solo ed esclusivamente ingabbiati, non farà altro che accrescere la loro ossessione.
Bisogna fare qualcosa, qualcosa che fermi questa strage al femminile prima che arrivi il far west portando a "vincere" chi sparerà per prima. Perché il terrore di morire, di lasciare i propri figli, la paura di dover rendere conto a un maniaco della propria vita, prima o poi farà innescare nelle donne la voglia di difendersi, visto che nessuno sa proteggerle come dovrebbe essere, e tutti sappiamo che la violenza che risponde con la violenza non ha mai portato a nulla di buono.

giovedì 3 settembre 2015

Storie vere: La forza del nome.

Gloria, un nome che è un inno a Dio. Un nome che sembra il compimento di un destino. 

Gloria nacque in una fredda notte d'inverno, in casa, in un piccolo paese del Sud, da una donna la cui giovinezza era sfiorita da tempo, che aveva preso la vita a morsi pur di poterla mettere al mondo. Sacro e profano, medicina e magia non aveva lasciato nulla di intentato pur di ottenere una gravidanza, una, simbolo della sua capacità di procreare.

Gloria nacque poco dopo il ventesimo anniversario di matrimonio dei suoi genitori, da una donna forte e risoluta, matriarca, insensibile al giudizio altrui. Da un padre che era "Un pezzo di pane" e che in vita sua non aveva mai preso una decisione. 

La sua nascita era stata predetta da una zingara, che all'ingresso di uno dei più importanti e conosciuti Policlinici d'Italia, aveva afferrato la mano della mamma di Gloria, sussurrandole:"Tua figlia nascerà due volte", e la donna si convinse che era destinata a mettere al mondo due gemelle, ma poi arrivò "solo" Gloria e già quello era un miracolo.

Paffutella da piccola, sempre scalza e sporca giocava per le strade del paesello in mezzo a maschietti e femminucce, pronta a fare a botte, saltando nelle pozzanghere di fango ancor prima che Peppa Pig spuntasse all'orizzonte. Crebbe libera e indipendente, innamorata persa dei suoi genitori, per motivi diversi: sua madre la spronava a dare il meglio di sé, a coltivare i suoi talenti, suo padre le insegnava la dolcezza e la mitezza, quanto fosse importante il contatto umano. Attiva politicamente era una rivoluzionaria, scarrozzava per il paese in groppa a una vespa, indossando vestiti e maglioncini dai colori sgargianti, orecchini vistosissimi e capelli cotonati. Fumava, fumava nonostante sua madre la sgridasse in continuazione e lei con il suo fare sbarazzina le correva incontro, si sedeva sulle sue gambe e la baciava, la baciava con la sfacciataggine e la sicurezza di chi sa di averla sempre vinta. 

Gloria aveva un sogno, andare all'università, voleva partire per la capitale e rendere i suoi genitori orgogliosi di lei. Sapeva che in paese nessuno l'avrebbe voluta come nuora, nonostante i tanti corteggiatori, e lei ne rideva insieme alla madre perché aveva una visione dell'amore che non era strettamente connessa con il matrimonio, in più era convinta che c'era un tempo per ogni cosa e che in quel preciso periodo della sua vita avrebbe dovuto pensare a costruire il suo avvenire. Non voleva rimanere in paese, avrebbe anche potuto farlo: aveva una casa di proprietà che avrebbe ereditato alla dipartita dei genitori, insieme a un gruzzoletto che, se amministrato con oculatezza le avrebbe fatto vivere una vita dignitosa. Ma per lei la dignità era guadagnarsi il pane. 

Un mattino di primavera Gloria fu svegliata da forti e atroci mal di pancia. Si alzò dal letto barcollante e tentò di arrivare in cucina, senza riuscirci. Franò rovinosamente a terra, e con lei tutto il mondo che le girava attorno. Una mano tra le gambe a tentare di arginare il flusso di sangue che zampillava, caldo e senza sosta. Inzuppandole il letto.
Quando sua madre la vide non urlò. Trattenne il fiato. Capì subito cosa stava accadendo. Diede uno schiaffo sonoro al marito che già era scoppiato in lacrime e scosse la cognata che urlava il nome di Dio.
Sistemò sua figlia, la ripulì. La infilarono in auto diretti in ospedale. Un'ora di strada, tortuosa e ripida. Una strada che non dava false speranze. 
Arrivati in ospedale, la ragazza fu prelevata da alcuni infermieri. Il volto esangue, gli asciugamani fra le gambe ormai zuppi. Il corpo ancora caldo ma privo di vita già da alcuni minuti. 
A nulla valsero le suppliche del padre o i pugni che sua madre si diede in petto. Voleva sfondarselo per non aver capito. Voleva staccarsi il cuore e cederlo a sua figlia. 
Gloria, la dolce e ribelle Gloria, all'età di diciotto anni perdeva la vita in un ospedale di provincia, insieme alla creatura che portava in grembo. Un'esile creaturina rigurgitata dall'utero materno a forza di infusi di prezzemolo. Nonostante il tentativo d'aborto, la piccola si era aggrappata alla vita con una tenacia da atleta, dandosi per vinta quando ormai non c'era stato più nulla da fare neanche per sua madre. 

Gloria fu seppellita, nel cimitero di paese e tutti ne piansero la sorte avversa: morire così giovane per la perforazione dell'appendicite. Nei piccoli paesi del mondo, al Sud come al Nord è meglio morire dignitosamente e d'altro, qualcosa che non sia aborto, soprattutto se sei nubile.  Sua figlia finì nell'inceneritore, senza un nome e un padre. 
Chi era stato l'uomo che l'aveva messa incinta? Un amico, un vicino, un ragazzino, un uomo sposato, un cugino? Chi... un interrogativo senza risposta. 

Sua madre si ammalò. Smise di mangiare, si accartocciò nel letto e sperò di morire. 
Che senso aveva avuto la vita di Gloria? 
Era nata per morire appena diciottenne senza sbocciare come sua madre aveva sempre sognato. Dandole carezze e baci che adesso le sembravano così pochi. E poi, e poi... si sentì in colpa per non averla capita, si sentì in colpa per averle dato troppa libertà, si sentì in colpa per non averla guardata bene e non aver capito che sua figlia si fasciava e si avvelenava con la speranza di liberarsi di un fardello che le avrebbe impedito di realizzarsi ed emanciparsi. 
Era arrabbiata, con sua figlia. Se Gloria glielo avesse detto, lei non si sarebbe fatta scrupoli a farla abortire, l'avrebbe portata da chi di dovere senza ma e senza se. 

Accadde che il destino ci mise lo zampino. La zia di Gloria rimase incinta dell'ennesimo figlio, quello indesiderato, il bambino che "non può essere neanche il bastone della vecchiaia" perché di troppo, perché nessuno "l'ha mandato a chiamare". La mamma di Gloria saltò giù dal letto, riprese di nuovo vigore. "Fermi tutti, è la mia Gloria che sta per rinascere, la zingara l'aveva predetto". Il patto era già stato fatto ancor prima che fossero pronunciate le parole. La bambina, perché di bambina si trattava, nacque e fu battezzata con il nome di Gloria. Le fu assegnata la stanza di sua cugina, i suoi vestiti  e il suo destino, nonostante la nuova nata era una bambina timida e introversa e aveva paura di tutto e di tutti. Crescendo, la nuova Gloria provò a modificare la camera, a chiedere che le fosse acquistata una moto diversa dalla Vespa della cugina, e sperò di poter ottenere jeans e magliette nere, ma le madri, putativa e naturale, sbraitavano ricordandole che in lei viveva una parte della Gloria precedente e costei non sarebbe mai  stata così ingrata. 

La nuova nata crebbe dietro "l'ombra" mai seppellita della cugina, la sua essenza aleggiava in tutta la casa, ovunque lei andasse, e quel profumo le faceva venire il vomito e il mal di testa. Non aveva un posto nel mondo, perché era invisibile, una morta stava vivendo la sua vita attraverso il suo nome. Provò, ci provò con tutta se stessa ad essere Gloria, provò a farsi piacere l'estate e il caos, la politica e i gatti, ma lei amava la solitudine, la musica metal e il nero. Lei voleva starsene al chiuso a leggere e scrivere. Non voleva salvare il mondo, poco le fregava dell'umanità,  di piantare alberi e salvare balene, voleva solo vivere e avere un nome, un nome che la identificasse. 

Smise di mangiare. Iniziò a tagliuzzarsi. Piccole strisce sulle braccia. Si mordeva il labbro tanto da crearsi delle ulcere, difficili da curare. Le sue due madri la portarono da diversi specialisti, alla fine furono costrette a contattare uno psichiatra. Questi consigliò (dopo averle prescritto un trattamento farmacologico) di ribattezzarla con un altro nome e di farle cambiare paese. 

Fu un colpo al cuore per la mamma putativa. Così la sua Gloria sarebbe morta per sempre. 
La nuova Gloria, isolata dal mondo in preda a crisi d'ansia accettò di trasferirsi. 

Il vero papà di Gloria accettò un lavoro all'estero (era già nell'aria il progetto di lasciare l'Italia), sarebbero partiti tutti. I tanti fratelli di Gloria (che considerava, e da cui veniva considerata, cugini e con cui non c'era nessun rapporto d'affetto), i genitori naturali e quelli putativi. Un viaggio lungo che travolse la vita di tutti e di cui molti avrebbero fatto a meno. 


Fuori dall'Italia, su suolo straniero, lontana dalla propria terra, Gloria chiese ai suoi genitori naturali di poter scendere dall'auto perché aveva necessità di andare in bagno. Mentre lei si allontanava i suoi parenti ne approfittarono per ristorarsi con caffè e ciambelle. Dopo mezzora si resero conto che Gloria non tornava, i fratelli andarono a cercarla. Di Gloria non c'era traccia. 
Fu un continuo urlare il suo nome, ovunque, per strada, nei bagni, chiedendo aiuto agli altri automobilisti, ma nessuno capiva perché tutto quel gesticolare, quell'urlare in un dialetto sicuramente italiano. 
Questa volta la mamma putativa di Gloria urlò, urlò con tutta la rabbia, il dolore, che aveva trattenuto in quegli anni. 


Gloria non fu più trovata. In molti (comprese le forze dell'ordine del posto) si convinsero che avesse chiesto un passaggio a qualche automobilista che si era fermato per fare rifornimento. E che una volta lontana abbastanza aveva fatto rotta verso la Gran Bretagna. Parlava correttamente l'inglese e con sé aveva una sacca, nessuna delle sue madri seppe dire cosa potesse contenere. 

Il padre putativo di Gloria morì due giorni dopo la fuga, delirando che "Avrei dovuto impedire questo scempio, c'è l'avrò per sempre sulla coscienza. Maledetta donna!", la madre putativa morì qualche anno dopo la scomparsa della ragazza. Anche lei in preda ai rimorsi. 

I genitori biologici sono tornati in Italia quest'estate per vendere tutte le proprietà e rientrare all'estero dove ormai fanno da baby sitter ai nipotini. 
Sono convinti che Gloria sia partita per l'America o l'Australia e che oggi sia felice. Lo dicono piangendo, con i cuori gonfi di dolore e rimorsi. Con il terrore negli occhi che sia un'illusione, una bella e colorata bugia, da ripetersi all'infinito per non impazzire. 

mercoledì 26 agosto 2015

Stereotipi su Cosmopolitan (Leggere per credere).

Durante le vacanze sono "incappata" in un articolo su Cosmopolitan, (Leggetelo QUI) un decalogo con le mosse vincenti per conquistare il cuore di una calabrese. In un primo momento ho creduto di potermi fare due risate, di trovare un po' di sana ironia ma andando avanti nella lettura sono inciampata rovinosamente solo in cliché, in cui ormai non si riconosce neanche mia nonna che ha superato gli ottanta da un po'. 

Già il fatto di voler stilare un decalogo su come conquistare una donna  mi lascia perplessa, ma che ci siano delle accortezze in base alla regione di appartenenza il fatto assume una sfumatura ridicola.
Siccome mi piace fare le cose per bene e non sono una di quelle persone affette da "delirio di persecuzione in quanto meridionale" ho letto tutti gli articoli simili, in cui ogni volta cambia la regione ma il tono no.  Ad esempio quello sulla donna milanese descrive la solita stronza egocentrica reperibile in tutto il mondo, niente di più niente di meno. 

Nell'articolo dedicato alla mia regione (che vi consiglio di leggere altrimenti non capirete i riferimenti citati in questo) la donna calabra viene descritta con stereotipi dei primi dell'Ottocento, o peggio ancora vengono associati prodotti tipici calabresi alle abitudini quotidiani delle donne. Io e le mie amiche avevamo due punti interrogativi al posto degli occhi quando abbiamo letto che secondo l'articolista senza Amaro del Capo siamo perdute (chi l'ha mai bevuto, poi? Tutto rispetto per l'Amaro ma dai...) e mi aspettavo che spuntasse, in uno dei consigli, il frullato alla cipolla di Tropea e le cotiche di maiale con fagioli da presentare come aperitivo alla futura suocera in caso ci fosse stato il terzo incontro! 

La donna calabra invita, un perfetto sconosciuto, al secondo appuntamento, a casa sua e si fa trovare con un grembiulino con stampate sopra le melanzane ripiene, seduzione impiccata dai piedi!(Scusate l'ignoranza, perché le melanzane?) E se non bastasse, le donne calabresi non pagano il conto, si incipriano il naso (ci incipriamo il naso? oh, il galateo!) mentre il cavaliere si accolla il mutuo di quello che ci siamo appena sbafato! Carità divina, portami via!

Naturalmente non dimentichiamo il peperoncino, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, (canticchia Valerio Scanu), è afrodisiaco e, per chi non lo sapesse aiuta a regolarizzare il ciclo. Io calabrese DOC  non lo mangio, non mi piace, come non gradisco in maniera sfrenata la 'nduja. Chiedo l'esame del DNA?

Leggerete di famiglie infinite e interminabili, di cugini di decimo grado che spuntano come i funghi del Pollino e ci descrivono come le comari di Verga, (ok, lui era siciliano ma il senso non cambia) convertite alle zeppe perché basse (Il tacco dodici lo lasciamo a chi sta più a nord, le sneakers sono una malattia della pelle e le ballerine non sono contemplate nella nostra scarpiera... ce l'abbiamo una scarpiera? Qui dovrebbe intervenire mio marito!), non parliamo della nostra peluria visto che siamo tutte imparentate con Cita, e non siamo romantiche, amiamo "l'uomo che non deve chiedere mai", che ci trastulla come il caffè shakerato (una donna calabrese conosce il caffè shakerato?) e se non bastasse siamo superstiziose. Dio non voglia rimanessimo senza marito, figli e soprattutto la famija, quella d'origine: il fulcro di tutto, coloro i quali ci hanno insegnato a piantare gli ulivi, a ballare la tarantella, a toccare ferro, a parlare con le "a" aspirate! 

E' la vita degli stereotipi che è dura a morire. E quando a scrivere queste cose è una conterranea che è volata fuori dal nido e crede di essere diventata migliore di chi ha lasciato "al paesello" che noi donne calabre ci domandiamo chi frequenta e cosa si è portata dietro di una cultura che merita più rispetto. Siamo le prime a ridere di noi stesse, ma amiamo ridere tutte insieme e non ridere di... perché per ridere così tanto e da sola bisogna avere un bel paio di baffi alla Yosemite Sam e non conoscere il laser per la depilazione definitiva. 

(Scusatemi ma devo correre, devo ancora fare colazione, vorrei poter mangiare waffel con Nutella ma hanno un sapore Cosmopolita(n) meglio pane con la sasizza).